Amianto in Trenitalia, un'altra triste storia italiana

Ha catturato la nostra attenzione nei giorni scorsi, la vicenda di N.P., un uomo onesto, che ha scelto di denunciare la presenza di amianto in Trenitalia, in seguito al fatto di aver perso un fratello (anche lui impiegato in Trenitalia), a causa di una patologia asbesto correlata.

In seguito alla denuncia di Nino, lo stesso è stato licenziato ma scopriamo tutti i dettagli della sua storia.

Il Sig. P. inizia a lavorare per le Ferrovie dello Stato a Torino come Aiuto Macchinista, nel 1974.

Ad agosto 1981, viene trasferito a Reggio Calabria e dopo 2 anni, viene promosso a Macchinista. Comincia così per il Sig. p., un percorso fatto di successi e soddisfazioni, che lo porterà dopo tanti anni di servizio e numerosi encomi, a candidarsi nella Filt- Cgil in qualità di rappresentante della sicurezza.

Il 27 novembre 2015, finalmente viene eletto RLS, con la maggioranza dei voti, unico rappresentante tra tutti i sindacati.

Da quel momento Nino inizia a sottolineare e denunciare tutte le incongruenze presenti in Trenitalia, dall'acqua non potabile che veniva ugualmente fatta usare agli operai in servizio, alla presenza di amianto sui tetti degli stabilimenti.

 

"Come rappresentante della sicurezza ho denunciato il problema dell’acido che fuoriusciva delle batterie nella sala carica accumulatori, locali completamente sprovvisti di aspiratori e mettendo a repentaglio la salute degli operatori utilizzati per tale servizio" ,

 

Come afferma il Sig. P. che si è trovato di fronte a tante anomalie e disservizi, in contrasto ai D.Lgs. 81/2008 e 152/2006.

Ma è solo nel gennaio del 2016, che il capo settore espone le perplessità sul rischio amianto all’ingegnere Domenico Scida, Dirigente Resp/le Nazionale di tutti gli impianti di Manutanzione il quale si porta a Reggio Calabria per verificare personalmente, quali potessero essere i rischi.

Dopo un’attenta ricognizione, ovviamente demandata a terzi, l’azienda stabilisce che non vi è alcun pericolo per i lavoratori.

Il capannone dove si trova l’amianto, utilizzato precedentemente dalla Divisione Passeggeri, da qualche anno viene utilizzato dal Trasporto Regionale, sempre per lavori di manutenzione ai Locomotori.

Il resp/le quell’anno era l’ingegnere Mannarino, oggi è l’ing. Scida Domenico.

Nel frattempo parte la richiesta per la presenza di amianto.

È così che però Trenitalia, dopo aver commissionato una ditta esterna al lavoro di analisi dell'eternit, dichiara che la situazione non era pericolosa e che nonostante la presenta di eternit, gli operai non correvano rischi.

 

“Ho pure minacciato di fare ricorso all’autorità giudiziaria pur di far rimuovere l’amianto”

 

confida N., continuando la sua storia e affermando che nel giugno 2016 ha denunciato il tutto alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

 

“Eppure ho visto ammalarsi e morire diverse persone, tra cui mio fratello, che era un responsabile impianto, un capo tecnico. Lui è deceduto nel 2003 di asbestosi (riconosciuta al 100%) e in punto di morte mi ha confidato che vi era dell’amianto seppellito in un luogo ben preciso”.

 

Subito dopo la sua denuncia, iniziano le indagini della Polizia Provinciale. Vengono fatti diversi rilevamenti sui tetti, sui viali, sui condotti di scarico ecc, ma nel frattempo l’azienda avvia una serie di provvedimenti disciplinari a carico del diligente capo settore: in un solo anno N. accumula ben 67 giorni di sospensione relativi a 8 provvedimenti disciplinari per motivi apparentemente futili.

 

“Ho fatto richiesta di conciliazione tramite il sindacato, ma l’azienda non ha sentito ragioni, anzi mi ha mandato al Tribunale di Roma (Sezione Lavoro) per mettermi in ginocchio e crearmi molte difficoltà, anche di natura economica”

 

Come afferma Nino, l'azienda non solo ha praticamente rifiutato di tutelare i suoi operai, ma ha iniziato una serie di "percosse" nei confronti del povero operaio che ha come colpa solo quella di essere stato troppo onesto.

È stata presentata una proposta di risarcimento da parte dell’azienda, ma lo stesso ha rifiutato qualsiasi compromesso.

 

“Gli avvocati di Trenitalia hanno riferito al giudice che non possono prendere decisioni in merito a risarcimento o reintegro, ma dovrà essere

l’Amm/re delegato Mazzoncini a decidere ”

 

puntualizza P., poi incalza

 

“Al giudice ho detto che non voglio soldi e non voglio barattare il mio posto di lavoro con il denaro. Io lotto per la mia famiglia, per i lavoratori, per i cittadini di Reggio Calabria e per la mia dignità innanzitutto. I soldi servono ma non sono la priorità, la mia priorità era rimuovere l’amianto, e ci sono riuscito”.

 

La storia del nostro eroe ha quasi preso così una piega triste e ingiusta, ma sono arrivati degli aggiornamenti dei giorni scorsi.

 

“Sono state ultimate a febbraio, con largo anticipo rispetto ai termini previsti, le procedure di rimozione e smaltimento del tetto in eternit che copriva parte dell’impianto di manutenzione corrente (IMCC) di Trenitalia, a Reggio Calabria“

 

Questo ciò che si legge in una nota di Trenitalia che ribadisce

 

“che il sito è sempre stato monitorato, anche da società terze, senza che fossero rilevate criticità sullo stato di conservazione del tetto o presenza nell’aria di sostanze che potessero risultare nocive per la salute pubblica sia dei lavoratori, sia dei cittadini. Dell’intervento di bonifica è stata data tempestiva comunicazione alle strutture sanitarie territoriali di competenza, all’ispettorato del lavoro di Reggio Calabria, al Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente – Nucleo Operativo Ecologico – e al Comando della Polizia Municipale di Reggio Calabria“.

 

Scrivi commento

Commenti: 0